sabato, maggio 14, 2005

Dälek, o del sublime

Il suono del nostro tempo, per quanto possa essere detestabile, questo tempo e questo suono. (G. L. Ferretti)

Come qualcuno che recita parole sul fragore di un bombardamento a tappeto, sul WTC che crolla.
Tu lì, a guardare/ascoltate, sgomento e compiaciuto, con le orecchie a pezzi.
Tutta la musica del XX secolo, distorta, epica, marziale, masticata e digerita, restituita sotto nuova forma, in un pugno di canzoni.
Citazioni, echi del passato, riappropiazione di musiche dalle radici nere; cerchi che si chiudono, muri che crollano.
Un concerto di Dälek, forse ancor più del disco, ha certamente a che fare col sublime, quel sentimento, come ha affermato Karlheinz Stockhausen, che è proprio della dismisura.
Dismisura di volumi, dismisura di distorsioni, dismisura dei battiti che si intersecano ai clangori.
SI resiste alla repulsione e si resta lì, succubi, affascinati, impotenti.
Il sublime è un sentimento che mescola insieme sgomento e piacere e ha la propria origine nel grandioso, nell’incommensurabile di fronte a cui l’uomo prova un senso di finitezza, di fragilità.
Il sublime si pone al confine fra etica ed estetica.
Lì, il confine fra bello e brutto, piaciuto o meno si dissolve. Inizia dell’altro.

Gate 52 [posto un po’ triste], Bussolengo (VR), 13 maggio 2005

Tutte le parti in corsivo sono tratte da Crolli di Marco Belpoliti (Einaudi, 2005)

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